Appunti e materiali per un lavoro culturale.

Una questione di ragione. La trascrizione dell’incontro

Una questione di ragioneJE SUIS. UNA QUESTIONE DI RAGIONE
A proposito dei fatti di Parigi

Dialogo con Alessandro Banfi, direttore TGcom24, e Wael Farouq, docente di Scienze Linguistiche e Straniere, Università Cattolica di Milano
Rimini 16 febbraio 2015 – Sala Manzoni

 

Roberto Gabellini

Buonasera e benvenuti a tutti.
Quando abbiamo pensato a questo incontro erano appena accaduti i fatti di Parigi. Da allora sono successi altri episodi di violenza legati al terrorismo, ma l’attualità di quello di cui parliamo non è legata in realtà al ripetersi di questi episodi: è come se la nostra stessa quotidianità sia interrogata da quello che succede. Abbiamo scoperto che le cosiddette seconde generazioni, che sono cresciute con noi, rifiutano quei valori che per noi sono fondanti; così come abbiamo scoperto che dei ragazzi europei sono disposti a lasciare tutto quello che come padri gli abbiamo dato, per combattere e per cercare la gloria in una guerra di conquista lontano. Tutto questo ha generato in noi ovviamente sgomento, paura, interrogativi che non ci eravamo mai posti.

Questi interrogativi costituiscono l’oggetto dell’incontro di questa sera e soprattutto ci fanno interrogare su quale sia la consistenza di quegli ideali che per noi costituiscono l’Europa, la nostra civiltà. Mi è venuto in mente una frase di Calvino da Le Città Invisibili. “D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.” Città o civiltà, rispetto a quel testo la trasposizione ci sta anche, è come se noi ci fossimo ad un certo punto gettati su quelle meraviglie, non avessimo chiesto alla nostra cultura, alla nostra “città” che quelle meraviglie, disdegnando la domanda, come dicendo che era superata, che non ci serviva più. E oggi davanti a tutto questo, a quello che succede, ci accorgiamo che a tornar fuori, dissepolta da quelle cose che ci hanno – come dire – distratto, distolto, sulle quali ci eravamo appoggiati, è ancora quella stessa domanda: questa è la quotidianità con cui abbiamo a che fare adesso e che i drammi di questi ultimi tempi ci riportano tutti i giorni.

Rispetto a questo e rispetto al fatto che stiamo parlando di cose tanto drammatiche, quando abbiamo pensato a questo incontro abbiamo detto “non vogliamo fare una conferenza, non vogliamo solo esporre la nostra bella teoria sui fatti che succedono”. E’ per questo che siamo andati a cercare qualcuno, degli amici, che potessero non soltanto dire, dare dei giudizi intelligenti sulle cose successe, ma che potessero essere da subito il racconto di qualcosa di buono che già esiste, una testimonianza che quel dialogo, quell’incontro, quel vivere tra culture diverse, fedi diverse è già possibile.

Così, stasera, è questo che vogliamo offrire: delle persone che raccontano di questa amicizia già in atto e di come questa amicizia riguardi quella domanda che dicevamo prima. Ognuno di voi, ognuno di noi, poi deciderà se questa è una cosa da niente, se non vale, o se invece è una cosa che può cambiare il mondo; se è un fatto su cui ci si può appoggiare perché da domani io possa guardare l’altro in modo diverso, possa guardare me stesso in modo diverso.

Due parole solo sul titolo.
“A proposito dei fatti di Parigi” è ovviamente superato. Fin da allora volevamo scrivere tutto l’elenco dei luoghi dove oggi “comanda la violenza”, ma non era praticamente possibile e così abbiamo scelto il fatto più simbolico e più vicino in quel momento. Diciamo che il contesto in realtà è quello che, con una frase ripetuta più volte, il Papa ha definito la guerra mondiale a pezzi. E non solo la guerra che accade ma i nostri stessi sentimenti, quella paura che ci siamo scoperti addosso, che fa parte, esa stessa, della realtà: non possiamo nascondercelo e non possiamo non partire di lì.

“Una questione di ragione” nell’invito grafico che avete visto è diventato “Je suis. Una questione di ragione”, che è interessante; non era così all’inizio. E’ come dire: io sono, ma come possa definirlo; il fatto che io sia, che cosa significa. Ci aveva colpito – se avete presente subito dopo, il giorno dopo la strage – quando si è cominciato a dire Je suis Charlie, e poi qualcuno ha cominciato a dire Je suis Ahmed e poi via via finché uno è arrivato a dire, per contrapporsi a tutti i “Je suis” detti, Io sono nessuno; e questo è molto esemplificativo, perché dice del bisogno di esprimersi, del bisogno di dire se stessi, ma che nel suo modo esasperato – diciamo così – tradisce una grande difficoltà. Rispetto a questo c’è un altro episodio molto interessante: lo stato francese ha dichiarato, a seguito dei fatti di Parigi, la “Giornata della laicità”. Adesso non mi interessa discutere il merito della scelta, però, se voi ci pensate, avrebbe potuto scegliere di fare la giornata della tolleranza, o la giornata della fraternità, così come dall’altra parte del mondo potrebbero decidere di fare, per opporsi, la giornata della libertà. Si vede che è un tentativo di definire se stessi, ed è positivo, ma ancora manca di qualcosa. Noi, parlando di ragione, volevamo intervenire proprio su questo punto: nel definire se stessi inserire un punto di verifica, un punto di paragone, tra quell’ideale che sbandieriamo e la domanda di senso che, come dicevamo all’inizio, torna sempre fuori; perché quell’ideale non sia appunto solo una bandiera, solo una ideologia.

E questa è la prima cosa di cui chiediamo ai nostri amici; partendo da Wael Farouq, docente di Scienze Linguistiche e Straniere alla Cattolica di Milano. Grazie.

 

Wael Farouq

Buonasera. Ieri ho visto questo video terribile di ISIS in cui hanno decapitato 21 egiziani cristiani; sono stato molto male e ho scritto al carissimo amico Marco “non posso venire a Rimini, che cosa posso dire dopo quello che succede? Quando vedo – non posso neanche dire un uomo – un mostro che taglia la testa di un altro, che parole posso dire?” Ma dopo, nella mattina, quando ho cominciato a leggere le notizie, ho visto un’immagine, un’immagine di questo giovane cristiano con una faccia e uno sguardo di speranza. Uno sguardo di speranza un minuto prima di essere decapitato, occhi pieni di speranza. Le ultime parole che ha detto “O Dio Cristo!”

Sono venuto stasera perché questo uomo ha trovato qualcuno da chiamare, ha trovato un punto di speranza. Sono venuto stasera perché c’è un bene, un bene grande nella nostra vita. Il male c’è sempre nella vita e nella storia umana: una volta, quasi metà dell’umanità ha ucciso l’altra metà, al tempo di Adamo. La seconda guerra mondiale… e adesso vediamo questo video di questo pilota giordano che è stato bruciato nel fuoco…

Ma immaginate che 7 milioni di uomini sono stati bruciati nel forno dai nazisti? Il male sempre c’è. Sì, sentiamo che è più pesante adesso perché con la tecnologia vediamo tantissimi testimoni del male, ma non tanti testimoni per il bene. Io penso di essere venuto qui per testimoniare questo bene, perché il bene c’è, perché questo uomo in questo momento terribile non ha avuto paura, perché ha una certezza. Scusate (è commosso)

Prima di Natale è venuto da me uno studente e mi ha chiesto “Professore, mia mamma lavora come insegnante e vogliono fare il Presepe vivente nella scuola. Ma siccome nella scuola ci sono 18 ragazzi musulmani, il preside ha detto che non si può fare, perché se si fa forse si offendono questi ragazzi musulmani, si offende la loro religione. E mia mamma ti chiede qual è la posizione dell’Islam, che cosa dice l’Islam su questo”. Ho detto a lui che non è importante cosa dice l’Islam su questo, è importante che cosa dicono i genitori di questi studenti. Così la mamma, questa insegnante, è andata e ha chiesto ai genitori se si poteva fare il Presepe vivente. Tutti i genitori hanno detto sì, sicuramente, che non avevano problemi. E non solo questo: alcuni di loro, che hanno rapporto con questa insegnante che sempre ha trattato loro bene, hanno detto “anche noi vogliamo partecipare, perché se tu vuoi bene a noi così, grazie a questo, vogliamo partecipare”. E così hanno fatto il Presepe e il bambino Gesù era un bambino musulmano.

Io non dico questo perché voglio dire – attenti! – ci sono musulmani buoni. Non ci sono cattivi e buoni, ci sono protagonisti. E i protagonisti in questa storia non sono i genitori, che si sono aperti e hanno accettato e alcuni hanno anche partecipato; non sono questi! Il vero protagonista era questa insegnante. Una protagonista nella storia, perché questa insegnante con la sua iniziativa ha dato spazio a questi genitori di mostrare chi sono, di vivere la loro umanità. Se non glielo avesse chiesto, loro sarebbero diventati parte del pregiudizio, avrebbero fatto la parte dei musulmani cattivi.

Sì, possiamo dire “tutti i musulmani sono cattivi”, avete ragione, possiamo dirlo. Possiamo dire “l’Islam è una religione malvagia”. Sì, lo possiamo dire. Ma chi fa per loro la testimonianza? Chi fa con loro un incontro in cui vedono un’umanità, non un’ideologia? Chi fa questo? Chi fa il protagonista nella storia? Nella storia di una persona, chi fa questo? Posso parlare tutta la notte sui problemi del pensiero islamico, sui problemi della religiosità vissuta adesso nel mondo islamico. E’ stato scritto tanto su questo. Ma la cosa che veramente mi colpisce è che parliamo tutti dell’ideale, ma chi crede che questo ideale è realistico? Io ho tantissimi amici cristiani che sempre mi dicono che la verità si è fatta carne e io musulmano come posso credere questo? Se questa carne non è la tua carne, come posso credere se tutti questi valori che pensiamo definitivi per la nostra identità, non sono vissuti nella nostra realtà, come posso farmi io un giudizio? Chi mi dà una opportunità di cambiare se io sono una persona malvagia? La verità si è fatta carne, ma dov’è questa carne? Chi veramente crede che la risposta giusta di quel male dell’ISIS è amare loro? Chi veramente crede questo? Tutti noi crediamo che questi valori sono giusti. Sì, è vero: l’amore è la cosa più importante, l’amore è un sacro ma alcune volte non è realistico.

E’ questo il problema. Il problema non è negare il valore, il problema è guardare il valore come una cosa astratta, come una cosa che non è per il nostro mondo. Ma chi salva il nostro mondo? Se tutti questi valori sono così astratti?

Come musulmano io posso dire che il problema dell’Islam è questo, è esattamente questo. Tutti i musulmani dicono che Islam, la parola Islam viene da una radice – salam – che significa pace, sicurezza, significa salute; significa solo il bene la parola Islam stessa. Infatti, questa parola è usata per la prima volta nella storia con l’Islam con un’altra parola che significa rabbia associata con la violenza. Tutte nuove parole che sono entrate nel dizionario della lingua araba con l’Islam. Islam: pace, sicurezza, salute contro rabbia, violenza.

Crediamo tutti noi questo, ma chi di noi vive questo?

Tanti dicono che il mondo islamico non ha mai condannato questi atti degli assassini dell’Isis. Non è vero. Non c’è un leader islamico, in tutto il mondo islamico, che non ha condannato questo, ma questa condanna è un modo di lavarsi la coscienza. Loro continuano ad uccidere e noi continuiamo a condannare. Questo non è il problema, perché per noi la tradizione è sacra. Sacra finché io come persona non posso dare un contributo a questa tradizione. Nel mondo islamico ogni giorno ci sono migliaia di fatwa perché nella vita quotidiana la maggior parte dei musulmani non può dare un giudizio senza una fatwa, senza una opinione di un imam, che gli dice che cosa dice la religione. Tanti, su tutte le cose, sopra tutto. Questo, il misto del vuoto islamico con il vuoto occidentale.

Uno che ha un iPhone ha registrato tutto il Corano sul suo telefono. Ha chiesto all’imam: “Ma io posso entrare in bagno con questo telefono? C’è il Corano, la parola di Dio. Posso prendere le parole di Dio con me, nel bagno?” Vedete, non posso prendere una decisione sull’entrare nel bagno, devo chiedere. L’imam era intelligente, ha detto: “Tu, hai memorizzato alcuni versetti del Corano?” Ha risposto “sì”. L’imam ha detto “va bene, lascia la tua testa insieme al tuo telefono prima di entrare in bagno”.

Ma la fatwa stessa non è il problema, ma lo è la pratica: io non posso fare niente senza capire cosa dice Dio; anche se Dio dice a me, l’ultimo riferimento è il tuo cuore. Il cuore, ma il nostro cuore è in vacanza, ha preso una vacanza. Come qui, il cuore è in vacanza.

Perché succede questo male? Perché “i musulmani” sono malvagi. E’ nostra responsabilità. Come posso dire “i musulmani” senza incontrare un musulmano? Come posso dare un giudizio su un miliardo e 500 milioni di persone senza un’esperienza vissuta? Il problema di Charlie Hebdo, il problema di ISIS, è il vuoto. Un incontro tra una tradizione, un significato che è stato imprigionato in una forma, e una forma senza significato.

Perché quando chiedo oggi “che cos’è la libertà?” tutti noi rispondiamo che la libertà è una cosa sacra per noi. I liberali credono nella libertà come i comunisti credono nella libertà; l’ISIS crede nella libertà. Quello che fa l’ISIS è per liberare i musulmani.

Ma che cosa significa la libertà? Significa tutto, che è niente. È una cosa astratta, questo è il problema: l’incontro tra un significato imprigionato in una forma e una forma che non ha più significato. Adesso tutti chiedono fare una guerra contro l’ISIS, ma l’ISIS vincerà perché per combattere l’ISIS non c’è bisogno delle bombe, c’è bisogno di valori, ma non di valori come slogan come Io sono Charlie, ma di valori vissuti.

Il problema è essere un protagonista, come questa insegnante. Non è come ha fatto il mondo occidentale con il Medio Oriente nel tempo del colonialismo. L’idea era: questa gente vive nel buio, dobbiamo portare loro dal buio alla luce. Questa è un’ideologia. Perché questa insegnante non ha fatto così, questa insegnante ha permesso alla luce di uscire dal cuore di questi genitori; questa è la differenza e questa è la soluzione, la nascita di un io in una esperienza. Una fede, come quella di quel ragazzo che è stato decapitato: una certezza, fa lui affrontare la morte con occhi pieni di speranza.

 

Roberto Gabellini

Non valori come slogan ma valori vissuti, questo è il tema che ci riporta alla questione della ragione. Alessandro Banfi, direttore di TGCom

 

Alessandro Banfi

Io starei come voi a sentire Wael tutta la sera, perché la sua testimonianza è così vera e così limpida e la sua commozione commuove noi. Viviamo un tempo terribile; bello il titolo di stasera, “una questione di ragione” e mi impressiona che la sala sia così piena di gente in un lunedì di un inizio di settimana difficile, di un anno difficile, partito in salita, col freddo; tanta gente così… E quindi vi ringrazio per essere qui.

Sento, come ho sentito tanto in Wael, sento la drammaticità di questo momento, non solo per quello che stiamo vivendo: l’attentato di Copenaghen, l’imminenza, il rumore di guerra che di continuo fa da sottofondo sordo e angosciante a tutte le nostre giornate; ma perché davvero c’è una questione di ragione di fronte al male. Allora riprendo il primo concetto di Wael, che trovo straordinario perché nella sua semplicità coglie la grande questione che viviamo; la grande questione che è la questione del male. Hannah Arendt, grande filosofo, intellettuale ebrea-tedesca, che vive il dramma di essere discepola di un grande filosofo che si chiamava Heidegger che sposerà il nazismo; la Arendt tutta la vita ragiona su Auschwitz, quindi sul male assoluto, e dice questa frase ad un certo punto, la dice nel ’78, nel 1978, quindi, ieri…: la triste verità è che la maggior parte delle volte il male è commesso da persone che non hanno mai fatto la loro scelta di essere buone o cattive. Da un certo punto di vista la partita è tutta qua, ecco perché è una questione di ragione; è una questione di ragione perché è una questione del tornare a essere protagonisti, ha detto Wael. Cosa vuol dire essere protagonisti? Decidere, scegliere fra il bene e il male. Ma come ha spiegato Wael, il bene non è il deposito di un’idea che possiedo. Ma il bene è una Persona. Dice papa Francesco: La verità non si afferra come una cosa, la verità si incontra. Non è un possesso, è un incontro con una Persona (Francesco, Udienza Generale, 15-05-13). La verità del Cristianesimo, la verità dell’Islam, la verità dell’Ebraismo, ma anche – vorrei dire – la verità di un’ipotesi di vita che può essere stata anche il comunismo, anche di ideologie con delle perversioni – però – qual è la questione della vita? Andare al fondo di quello, andare al fondo della tua identità. Questo è quello che ci manca oggi, questa è la nostra estenuante debolezza che ci fa dire che la partita con l’ISIS è persa. Bello il paradosso di Wael, perché non è un esercito vero: sono pochi, con quattro kalashnikov e quei pick-up che vanno su e giù, non hanno un aereo… Sì, hanno 150 carri armati, ma insomma… sappiamo tutto. Nel mondo occidentale è quasi una cosa ridicola quello che stiamo vivendo. Ma qual è il punto? E’ che noi siamo estenuati. Dico noi, noi, noi. Noi europei, noi italiani, noi occidentali. C’è stato un articolo bellissimo di Massimo Recalcati, che è uno psicanalista molto in voga oggi, e, da questo punto di vista vorrei dire che è interessante che gli intellettuali oggi che contano sono fatalmente degli psicoanalisti, il che vuol dire che non stiamo tanto bene. Ha scritto su Repubblica, forse l’unico a porre così bene prima di Carrón – che ha scritto un articolo meraviglioso sul Corriere della Sera venerdì – ma prima di Carrón è l’unico che ha posto la questione così, e la questione del dopo Parigi è: ma come è possibile che dei ragazzi francesi, francesi a tutti gli effetti, francesi come noi siamo italiani, come tanti nostri ragazzi di seconda generazione sono e si sentono – giustamente – vivono da italiani; come è possibile che abbiano deciso di odiare così tanto la nostra convivenza, inseguendo questa ideologia folle? E dice, e pone questa domanda: La critica che la cultura islamica più integralista muove all’Occidente è una critica che tocca un nostro nervo scoperto: – dice Recalcati – il nichilismo occidentale non è più in grado di dare un senso alla vita e alla morte. Il dominio del discorso capitalista ha infatti demolito ogni concezione solidaristica dell’esistenza lasciando orami evasa la domanda più essenziale: la nostra forma di vita collettiva è davvero l’unica forma di vita possibile? L’idolatria nichilistica per il denaro ha davvero reso impossibile ogni altra fede? La nostra libertà è riuscita veramente a rendere la vita più umana? Il fatto che l’Occidente non sia più in grado di ripensare consapevolmente le sue forme (alienate) di vita, ha spalancato la possibilità che la critica all’esistente abbia assunto le forme terribili di un ritorno regressivo all’ideologia totalitaria […] Alla liquefazione dei valori – scrive – si risponde con il loro irrigidimento manicheo.

La tentazione di chiamarci a una guerra contro un’altra guerra, la tentazione di metterci l’elmetto non è solo un fatto politico, è innanzitutto un fatto culturale. Sarebbe fin troppo semplice, facile dire “il Corano implica la violenza, la cattiveria, la guerra; noi rispondiamo, gli mandiamo delle bombe addosso ed è finita la partita”. Invece vedete che la domanda sulla nostra vita, nessuno escluso di noi, è la partita vera; è la partita che si gioca sulla verità che è un incontro, una Persona, che non può essere un’ideologia stabilita una volta per tutte, qualcosa che rimette in questione la nostra responsabilità. Dei valori sclerotizzati portano all’irrigidimento, alla guerra gli uni contro gli altri. E’ una questione di ragione, certo. Anche in questo caso, dice Gustavo Zagrebelsky – Le risposte dell’Occidente oltre lo scontro di civiltà è il titolo, in un altro articolo sempre su Repubblica – Questo è il momento della ragione, e la ragione dice non guerra, ma controlli, indagini e azioni di polizia. Tra azioni di guerra e azioni di polizia c’è la differenza che le prime sono rivolte indifferenziatamente contro «il nemico» e le seconde, selettivamente, contro i delinquenti, le loro organizzazioni, – attenzione, qui è interessante – i loro addestratori e finanziatori. Perché poi dovremmo pure capire come è nato questo ISIS – ad esempio –, però in questa prima risposta rimango sui fondamenti.

Nel bellissimo racconto di Natale di Wael cos’è che è reso realistico? Che il cuore – come dice lui – non sia più in vacanza, cioè che il bene che c’è dentro di noi venga fuori.

Invece che Je suis Charlie o Je suis Ahmed, che comunque resta uno slogan che a me piace moltissimo. Ahmed sapete chi è. E’ il poliziotto di origine tunisina diventato francese a tutti gli effetti, anzi come racconteranno i suoi parenti nella conferenza stampa strepitosa di cui i nostri mass-media hanno orrendamente coperto lo svolgimento, il giorno dopo la sua morte. Era diventato il capo famiglia di una famiglia francese, di una famiglia musulmana. E lui era francese al punto di essere un poliziotto ed era lì per difendere la libertà di quattro imbecilli, che purtroppo ci hanno rimesso la vita; come me, facevano un mestiere cialtrone come il mio, cioè dei giornalisti, dei satirici: facevano un giornale in cui lo prendevano in giro, prendevano in giro la sua religione e la sua cultura. E lui era lì, e ha dato la vita per loro. Caspita, caspita, se c’è ancora dentro la nostra Europa qualcosa di vero, caspita se c’è! Come dice Carrón – giustamente – questo nessuno ce lo può togliere; dalla nostra storia, nessuno ci può togliere la piazza, quel posto che c’è solo qua, c’è solo nella nostra civiltà, dove il ricco sta col povero, l’alto sta col basso, il disabile sta col “normale” – per dire qualcosa che non andrebbe detta – l’uomo sta con la donna e non c’è problema perché la piazza è il cuore di quello che siamo stati e quello che possiamo ancora essere. Come dice Carrón nell’articolo sul Corriere della Sera: La nostra storia, noi europei, abbiamo ciò che i nostri padri hanno desiderato, un’Europa come spazio di libertà in cui ciascuno può essere ciò che vuole così il Vecchio Continente è diventato un crogiuolo di culture, religioni e visioni del mondo le più diverse. […] Questa situazione storica – dice più avanti – è un’opportunità eccezionale per tutti: anche per i cristiani. L’Europa può costituire un grande spazio per noi, lo spazio per la testimonianza di una vita cambiata, piena di significato, – ecco qual è il punto – capace di abbracciare il diverso e di destare la sua umanità con gesti pieni di gratuità.

E’ la grande strada della tenerezza che offre al mondo questo strano Papa, così lontano anche da certe nostre sottolineature, ma così attento a dire che l’uomo di oggi ha bisogno di essere abbracciato. E che bello il paradosso che ci ha sbattuto in faccia Wael quando dice “il Vangelo ci dice che dobbiamo amare i nostri nemici”; dovremmo abbracciare quelli dell’ISIS che ci ammazzano e ci decapitano, ma non per modo di dire. Perché la salvezza passa da lì. Se credi nel cuore, se credi che il cuore non è solo in vacanza.

Ultimo concetto che vi voglio dire. Allora: non Je suis Charlie, non Je suis Ahmed, oppure tutti e due, ma semplicemente Je suis. Je. Suis. Pensate, pensate, nella confusione e nella violenza di questi giorni, nella propaganda e nella stupidità che tutti abbiamo vissuto, ma anche nell’emozione, pensate che nonostante tutto in Europa viene fuori uno slogan dove le prime due parole: Je Suis… sono tutto. E’ una questione di ragione, ma è una questione di esserci ed è una questione di Io, Io sono. Ma chi può dire io sono se non sapendo che sei donato. Chiunque dice io sono già di per sé è dentro questa storia europea. Allora, dobbiamo recuperare questo, ma – ha ragione Wael – lo recuperiamo se lo viviamo; è come, drammaticamente, diventata la fine dei tempi, non c’è più tempo, non abbiamo più tempo per discutere sui valori negoziali. E’ come se non ci fosse più dato tempo, dobbiamo essere veri fino in fondo, ma non per un dovere, ma per vivere, per esserci. Je suis, allora pensate che bello, togliamo Charlie, togliamo Ahmed, togliamo tutto: ma Je suis, ma chi lo dice Je suis? Chi dite che io sia? Come è evangelico alla fine, e allo stesso tempo come è laico dire Je suis: come puoi essere fecondo per la città degli uomini, per la civiltà.

Ultimo concetto. C’è una battaglia che questo Papa sta facendo quasi in solitudine. E’ la battaglia contro l’uso di Dio. Perché succede questa cosa mostruosa in questo momento storico, storico politico, direi ideologico, del mondo: che il mondo non si divide più sulle ideologie, sulle idee, ma c’è un nichilismo pratico – ha ragione Recalcati -, c’è il dio denaro; però la sovrastruttura, dicevano i vecchi marxisti, la sovrastruttura è sempre necessaria, no? La cosa mostruosa di questo momento è che si usa Dio. E’ già successo nella storia, lo abbiamo evocato con la Hannah Arendt, prima, con l’immagine dei forni crematori di Auschwitz; abbiamo evocato il nazismo, e i nazisti, lo sapete, avevano sulla cintura, la cintura che chiudeva i pantaloni dei soldati della Wehrmacht, avevano lo slogan Gott mit uns. Oggi l’ISIS dice Dio è con noi, continuamente Allah akbar, eccetera, no? Si uccide in nome di Dio, si è tornati a uccidere in nome di Dio. Si è fatto tanto nella storia… però, la mostruosità che c’è oggi è questa, che più nessuno è religioso davvero, perché il vero antidoto a questa mostruosità è la vera religiosità e solo la vera religiosità ti impedisce di cadere nella trappola di usare Dio strumentalmente, per i tuoi fini, per la tua violenza, per i tuoi progetti.

E’ solo la presenza di un Altro. Che cos’è la religiosità rispetto al parlare di Dio? Una mattina a Santa Marta questo Papa non ce l’ha fatta più e ha detto, richiamando un tipico dialogo avuto tante volte con i fedeli, «Ma lei crede? Sì! Sì! In che crede? In Dio! Ma cosa è Dio per lei? Dio, Dio!». Una concezione un po’ generica, astratta, che per il vescovo di Roma non corrisponde alla realtà – commenta Radio Vaticana pubblicando l’omelia di Santa Marta – Perché, ha affermato, «esiste il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: sono persone, non sono un’idea nell’aria» Insomma, ha precisato, «questo Dio spray non esiste: esistono persone!». Testuale. Che cosa coglie il Papa di questo spirito dei tempi? Che tutti parlano di Dio e che nessuno è più religioso, nessuno. La mentalità dominante – come ricordava giustamente Roberto – porta a fare la giornata della laicità e così, nelle pieghe dei fatti di Parigi, è come se venisse fuori, diametralmente opposto a questo uso abnorme, improprio e mostruoso della parola Dio, come se venisse fuori solo l’anti-religiosità. Invece l’unico modo per sconfiggere questo è proprio la religiosità vera, e il senso religioso è il contrario di una fede che io possiedo. C’è un episodio bellissimo della storia che vien sempre poco raccontato, o troppo poco raccontato, e che adesso è attualissimo nella sua bellezza. Ad un certo punto san Francesco d’Assisi decide di andare in Terra Santa, in Medio Oriente e incontra il Sultano. E’ un incontro di cui si è scritto fiumi di parole ma gli storici del Medio Evo e i biografi di San Francesco dibattono ancora oggi su che cosa veramente si siano detti in quell’incontro, che cosa abbia cambiato nella storia dell’umanità; ma la cosa sicura che tutti riconoscono – da Le Goff a Cardini, a tutti i grandi studiosi di san Francesco – è che queste due persone si sono stimate. San Francesco ha visto in quell’uomo di religione musulmana un uomo che aveva il senso del Mistero, che aveva il senso dell’infinito, che aveva il senso di Dio. E san Francesco è stato percepito per quello che era: un grandissimo uomo che amava il Signore, colpito dall’amore del Signore. E la cosa ha sconvolto tutti perché eravamo abituati a darci le bastonate in testa – diciamo – ed ha avuto delle ricadute storiche enormi, quel viaggio, quell’incontro; per dire che alla radice della nostra storia c’è questa verità, c’è questa consapevolezza. In quei due uomini, in quel momento, il cuore non era andato in vacanza, la verità era diventata un incontro, era diventata un incontro fortunato, era diventato una fortuna, per i cristiani era diventato una Grazia.

 

Roberto Gabellini

La questione che viene sempre fuori quando si parla di questi fatti è se sia possibile infine un incontro, un incontro tra la civiltà europea cristiana e il mondo arabo musulmano: se è possibile e come sia possibile. A questo proposito, la riflessione di queste settimane  sui fatti di Parigi e poi sull’articolo di Julian Carrón sul Corriere della Sera, e un po’ le cose dette stasera, secondo me ci fanno fare un salto di comprensione. Lo schema usuale vede, da una parte, il multiculturalismo e quindi l’idea che per avere un dialogo ci si debba “svuotare”, che si debbano togliere i simboli, tutto ciò che può dividere, e, dall’altra parte, che invece, no, ci vuole un’identità, un’identità certa, qualcuno che creda in qualcosa. Questa sera è come se avessimo inserito un altro elemento, perché l’identità – lo sappiamo – può anche degenerare in violenza. È la religiosità, la dimensione religiosa, quel punto di lealtà verso se stessi e verso le proprie domande ultime che permette il vero dialogo con l’altro.

 

Wael Farouq

Io prima di rispondere voglio dire una storia, una barzelletta. Parla di un uccellino: arrivato l’inverno tutto il mondo diventa bianco, bello. L’uccellino dice, no! io non vado al sud dove c’è il caldo, con gli altri. Io rimango qui per cantare per questa bellezza. Ma dopo poco è venuta una tempesta di neve e ha messo questo piccolo uccellino nel ghiaccio, e così dopo poco ha cominciato a sentirsi morire. Un contadino mentre tornava dal suo campo, ha visto questo povero uccellino, lo ha preso fuori dal ghiaccio e lo ha messo nella cacca della sua mucca. La cacca è calda e così l’uccellino ha cominciato a sentire il caldo, la vita che stava tornando, era felice un’altra volta, e ha cominciato a cantare di nuovo. Ha sentito il suo cantare un gatto affamato, il gatto è venuto, ha preso l’uccellino fuori dalla cacca, lo ha lavato e lo ha mangiato. Questa storia dà tre lezioni. La prima lezione: non è tuo nemico ogni persona che ti ha messo nella cacca. La seconda: non è tuo amico ogni persona che ti tira fuori dalla cacca. Ma la lezione più importante: quando sei nella cacca, non cantare.

Era importante dire questo perché io e il carissimo Alessandro non siamo qui per cantare, perché io, come una persona che ha fatto tutta la vita in Egitto, e lui, come giornalista che sta dove c’è sempre tanta informazione, sappiamo benissimo che il mondo è una merda straordinaria.

Così parlare di un dialogo, di un incontro possibile, e dire “sì! Amate quelli di ISIS e tutto sarà bene”. No! Io penso che non è questo il messaggio, non è questo il messaggio ai ragazzi: “Amate l’ISIS e tutto sarà bene”. Non è questo il messaggio, almeno per me, e forse anche per il carissimo Alessandro. Non è così astratto.

Amare perché con l’amore avrete occhi. Il proverbio dice che l’amore è cieco; l’amore è cieco, anche in Egitto c’è lo stesso proverbio. Ma questo non è vero, l’amore è discernimento, perché quando qualcuno è innamorato può vedere quello che è dietro i difetti dell’altra persona; l’amore dà una capacità straordinaria, l’amore è una cosa molto realistica perché con questo sguardo, con questa capacità possiamo capire quante false informazioni riceviamo ogni giorno sulla situazione del Medio Oriente e sull’ISIS.

L’ISIS non può continuare un unico giorno senza una mano occidentale, senza quelli che comprano il petrolio da loro e senza quelli che a loro vendono le armi. Io dico questo anche perché tanti hanno parlato anche del Papa, papa Francesco, che è molto amato dal mondo islamico. Molto amato nel mondo islamico perché è l’unico che ha parlato delle vittime, l’unico che ha parlato delle minoranze religiose: non ha fatto il leader di un partito cristiano nel nostro mondo. Ha parlato per l’umanità, non per i cristiani. E tanti dicono che lui vive in un mondo astratto, che parla solo d’amore, non come un Papa. Ma non è vero, non è vero perché c’è il rapporto delle Nazioni Unite che dice che gli americani danno le armi a quelli dell’ISIS; io non dò un’opinione, questi sono fatti. Come lo è che i feriti dell’ISIS vanno all’ospedale in Israele. Parliamo dell’ISIS e non condanniamo il Katar, perché in Europa, la logica dell’Europa oggi è illuminata dal gas del Katar e scaldata dal petrolio dell’Arabia Saudita. Ma scusate, scusate, questi sono fatti, non sono opinioni, sono fatti. E il Wahabismo, come parlare contro ISIS senza condannare la fonte di questo fondamentalismo che è il Wahabismo? Ma il Wahabismo è la dottrina ufficiale del più grande alleato del mondo occidentale. Così una settimana siamo a Parigi a dire Je suis Charlie e il giorno dopo siamo ai funerali del re a Riyad. Questa è burocrazia. Una persona innamorata non sarà una vittima di questa burocrazia.

Così non siamo qui per dire “amate gli assassini di ISIS, amate gli assassini di ISIS e il problema sarà finito”. No, senza l’amore non possiamo vedere la verità e senza vedere la verità non possiamo essere protagonisti, non possiamo fare un cambiamento. E’ semplicemente così e per questo non possiamo finire una guerra facendone un’altra, non è questa la soluzione e non lo è l’amore in questo modo astratto.

Per esempio: in tutto il mondo e qui in Italia, tutti i giornali hanno parlato del discorso straordinario del presidente egiziano Al Sisi, all’università di Al Azhar. Il presidente ha parlato ad Al Azhar che è l’autorità religiosa, la più grande autorità religiosa; abbiamo la terra santa in Arabia Saudita, ma l’autorità religiosa è in Al Azhar, in questa università. Il presidente ha detto loro “non possiamo continuare così, la nostra fede è la più grande minaccia del mondo, abbiamo bisogno di una rivoluzione dentro questa fede”, e tutti hanno celebrato, hanno parlato del presidente progressista. E il presidente Al Sisi è il primo capo, al potere nella storia dell’Egitto da 2000 anni a questa parte, che partecipa alla Messa del Natale. E’ il primo, tutto questo è straordinario. Ma è perché non conosciamo un musulmano! Dal 2011, le chiese sono piene di musulmani, da tre anni: prima il presidente fa questo passo, poi tante persone musulmane vanno per celebrare la Messa coi cristiani, per fare gli auguri. C’è un’immagine su questo: una chiesa piena di donne con il velo. Ma il bene non fa notizia.

Possiamo vedere il bene se amiamo qualcuno, se abbiamo un amico che ci racconta “sono andato oggi per fare gli auguri ai cristiani per la Messa del Natale”. Se abbiamo un’amicizia abbiamo una porta per entrare nel mondo della verità. Non solo questo, non è tutto; qui guardiamo solo al potere, la persona non conta: è questa la cosa ideologica. L’ideologia senza contenuto – anche -, perché quando la persona è meno importante della forma possiamo uccidere la persona, perché la forma è più importante; e anche alla persona viene il desiderio di morire, perché la forma è più importante.

Un’ideologia senza contenuto, e non solo questo. In Iraq, il dramma in Iraq: i media, tutti i media hanno parlato degli assassinii di ISIS, ma non c’è nessuno che ha parlato delle migliaia di cristiani iracheni a cui basterebbero poche parole, come per quei ragazzi egiziani: basterebbe rinunciare alla loro fede per evitare tutte le pene, per salvare la vita, per salvare tutto. Basta dire sei parole. Centinaia di migliaia di persone hanno fatto una scelta. Non era una catastrofe naturale, non era un vulcano che ha ucciso loro, loro erano davanti ad una scelta e hanno scelto la fede. Chi ha detto questa cosa nei media? Chi ha spiegato questa verità? Perché la religione, un uomo che muore per la fede, è una cosa strana nel nostro tempo, è una cosa che non si dice nel giornale, perché è controcorrente. Ho anche incontrato tanti preti che credono che la religione sia la fonte della violenza: il Cristianesimo lo ha fatto nel passato e adesso l’Islam fa questo e grazie all’umanesimo adesso i cristiani non fanno più violenza. Ma che schifo! Non è la verità, questa. Negli ultimi duecento anni, lo stato laico occidentale ha ucciso più persone di tutti quelli che sono stati uccisi nella storia umana, da Adamo fino ad oggi. Il colonialismo non era un atto religioso! La violenza non viene dalla religione; la religione è la risposta alla violenza. Questa è la verità. Chi parla di questa verità? E io come persona, come posso vedere questa verità se non amo qualcuno?

Nel 2006 quando è stato pubblicato il discorso di papa Benedetto, io – come tutti i musulmani che vivevano in Egitto a quel tempo – sono stato colpito da un Papa che accusava noi di non avere ragione; ma non lo ha detto, il Papa ha citato un testo, un dialogo fra l’imperatore di Bisanzio e un persiano in cui l’imperatore dice che la fede e la violenza non mai vanno bene insieme. Ha citato, non è lui che ha detto così; ma nel mondo arabo, “Il Papa ha detto…!” E una suora è stata uccisa in Somalia e ci sono state manifestazioni… E’ stato scritto tanto contro il Papa: hanno detto che quando era piccolo aveva fatto parte dei nazisti, hanno scritto tutte le storie che potete immaginare… “I cristiani dicono così perché anche il Vangelo dice non sono venuto a portare la pace per la terra, ma sono venuto con la spada. Questi sono i cristiani, quelli che hanno fatto le crociate, quelli che hanno fatto il colonialismo! Il colonialismo è finito 50 anni fa, e ci sono ancora persone che hanno vissuto il colonialismo che è il più grande male nel nostro tempo moderno. Non voglio dirvi quello che hanno fatto gli italiani in Libia, per esempio: gli italiani erano i primi ad uccidere le persone dagli aerei, perché quando arrivano in terra erano pezzi, piccoli pezzi, non c’era nessuno che li poteva più trovare: questo hanno fatto gli italiani. Ci sono persone ancora viventi che hanno visto e hanno vissuto questo.

Davanti a tutto questo io non ho potuto credere. Perché non ho potuto credere? Perché ho avuto amici che amo, che conosco benissimo, che stimano il Papa e credono in quest’uomo. Ma come mai questi amici, questi amici grandi seguono un uomo così? Dov’è la verità? E ho cominciato a chiedere dove fosse il discorso di papa Benedetto. Il discorso non c’era. “Avete fatto un articolo sul discorso, e il discorso non c’è in arabo?” “Ma Al Jazeera ha fatto il rapporto…” “Ma dov’è il discorso?”

Non c’era nessuno in Egitto che aveva letto il discorso. Tutti hanno preso le informazioni da Al Jazeera e tutti hanno fatto reazione. Così io ho chiesto ad alcuni amici in Europa di mandare il discorso in inglese. Quando ho letto il discorso in inglese ho capito che cosa dice. Ho scritto in un giornale egiziano, in questo tempo difficile, un articolo con titolo Lie to me – Mentire per me – in cui ho detto, prima di chiedere al Papa di non parlare della violenza islamica, di chiedere ad Osama Bin Laden, di chiedere ad Al Bashir, di chiedere ad ogni padre che fa la circoncisione di sua figlia per l’onore: condannate prima tutto questo, prima di chiedere al Papa di dire le bugie. Questo dialogo fra stereotipi è più pericoloso dello scontro fra stereotipi. Perché io dico una bugia per il dialogo, per andare avanti nel dialogo, gli altri dicono una bugia, e viviamo tutti insieme in una grande bugia. E’ per noi questa una realtà? Questo tipo di dialogo è una realtà, è realistico per noi questo tipo di dialogo?

Ma io penso che se non avessi avuto questa amicizia, non sarebbe mai arrivata la domanda “perché questa persona che amo, che stimo, segue un Papa che dice questa cosa?”. E senza questa domanda la ricerca della verità non era possibile. Per questo quando diciamo e parliamo dell’amore, non diciamo “amate, amate!” Non è Peace and love degli hippies, non è Peace and love, non è pace e amore, – non lo so se è arrivata in Italia questa cultura – non è così, veramente non è così. Parliamo di una cosa realistica, realistica perché senza amare l’altro, trovare la verità è impossibile.

Adesso con il problema di ISIS come facciamo? Sessantadue paesi, alleati insieme, fanno una guerra contro l’ISIS in Siria e in Iraq da quasi un anno. Il risultato? Il territorio dell’ISIS è ogni giorno più grande. La Giordania in tre giorni ha distrutto il 20% della capacità di ISIS in Siria. Questi fatti, questa guerra contro ISIS è una guerra falsa, e chi muore? I più poveri. La cosa che mi ha colpito tanto, quando ho letto tutto quello che era scritto su questi ragazzi egiziani, era come vivono le famiglie di questi ragazzi; perché uno che va in Libia dove c’è ISIS per lavorare, è uno che scappa da un male più grande, come quegli immigrati che sono morti di freddo a Lampedusa pochi giorni fa, come un 20% dell’umanità oggi sta morendo lentamente di fame.

Ma che coscienza, come si fa ad essere svegli quando un uomo è decapitato e dormire quando il 20% dell’umanità sta morendo di fame?

L’amore non è un’astrazione, ma vivere in questa bugia, vivere in questo falsità è il problema. Come uscire dalla falsità? Amare una persona è reale, non è una cosa astratta; è la verità, la verità che si è fatta carne.

 

Roberto Gabellini

E’ difficile parlare dopo questa intensità, però a questo punto chiederei a te, Alessandro, di fare la tua parte di giornalista; anche perché Wael ha citato il Wahabismo ed alcuni altri aspetti della situazione che potrebbero anche non essere del tutto noti. Forse un quadro della situazione può aiutarci.

 

Alessandro Banfi

Intanto partirei dal discorso della Libia perché giustamente gli italiani pensano in queste ore moltissimo a questa crisi libica. Che cosa sta accadendo in Libia? La Libia è un territorio molto grande, se avete in mente una cartina, poi di fatto, non sono tantissimi abitanti. La cosa spaventosa è che di fatto c’è quella che noi chiameremmo abitualmente una guerra civile in atto, c’è un milione di persone armate che fanno capo a più di cento tribù diverse. Cento fazioni militari, non sempre sono tribù diverse fra di loro. In questa situazione si è inserito l’ISIS che fa sventolare le sue bandiere in due città soprattutto, Derna e Sirte, che sono, diciamo, geograficamente molto vicine al canale di Sicilia e ai nostri confini.

Però la situazione è abbastanza complicata e complessa, perché nel 2011 ci fu un’azione militare internazionale, americana e francese, che il nostro paese subì. Adesso si può dire tranquillamente…

Avevamo il governo Berlusconi, governo fortemente indebolito dalla crisi dello spread. Benché in Italia tutti pensassero che era un disastro per gli italiani, e per i nostri destini anche economici, ci fu quest’aggressione. Allora Sarkozy era ancora al potere, non erano estranei gli interessi petroliferi della Total che voleva sostituirsi all’ENI in certi contratti, non era secondario il tentativo di Sarkozy di essere rieletto, tanto che ha un processo penale nei suoi confronti che c’entra con la crisi libica di allora del 2011, proprio per sostegno finanziario illegale alla sua campagna elettorale.

Questo per dare un quadro generale di come arriviamo a questa situazione. Ufficialmente ci sarebbe un tentativo delle Nazioni Unite di fare pace tra i contendenti attuali, ma di fatto questo tentativo ONU fino adesso è stato fallimentare. C’è stato un po’ di isterismo nelle ultime ore da parte dei ministri italiani: oggi Renzi ha buttato acqua sul fuoco, anche perché non è che si può fare la guerra così, per fortuna… anche se ovviamente su questi temi non c’è grande differenza fra maggioranza e opposizione.

Cose molto sagge le ha dette Romano Prodi, che ha sempre condiviso con Berlusconi il giudizio che uccidere Gheddafi sia stato un disastro, almeno dal nostro punto di vista, sempre di interesse però neo-coloniale – in questo ha ragione Wael -, di interesse economico geopolitico. Gheddafi rappresentava comunque una garanzia, perché questo è un fenomeno che è accaduto in molti di questi Paesi; cioè che, magari in nome della criminalizzazione di questo o quel tiranno, la lotta per la democrazia risulta una roba astratta, propagandistica; e l’esempio più difficile da fare, però il più clamoroso, è proprio l’Iraq; e così vengo a spiegare che cos’è l’ISIS, con alcuni fondamentali che a volte sfuggono.

Qual è la differenza fra l’ISIS e Al Qaeda? Al Qaeda l’hanno inventato gli americani, il nome, perché vuol dire la rete, ok? Osama Bin Laden, 10 anni prima delle torri gemelle ha messo su Al Qaeda come rete patriottica islamica anti Milosevic, nei Balcani, 10 anni prima delle torri gemelle. L’ISIS: ISIS cosa vuol dire? Stato Islamico Siria-Iraq. In arabo si dice Daesh e se voi sentite Al Jazeera questa parola si ripete continuamente. E’ potente mediaticamente, l’ISIS. Ha fattezze occidentali, fa i video, irrompe con maestria nei nostri mass media, catalizza l’attenzione. E’ stato ribattezzato horror show del terrorismo internazionale. È stato detto ISIS horror show. Ma è giusto, perché ha questa forma.

Però dal punto di vista dell’ideologia, Wael ha citato il Wahabismo. Che cos’è il Wahabismo? E’ una corrente di pensiero della fine dell’800, sunnita, perché l’Islam è sciita e sunnita, sia etnicamente che religiosamente, e l’ISIS prende le mosse da questa ideologia che è un modo di interpretare politicamente il Corano. D’altra parte, se ci pensate, la fine dell’800 è una culla delle ideologie che cercano di laicizzare le religioni. Theodor Herlz scrive nel 1900 il libro fondamentale per la nascita del sionismo cioè l’idea che Israele può diventare uno stato. Prima non c’era quell’idea. Allora cosa interessa oggi di questa roba? Sembra una roba astrusa, costruita a tavolino, e infatti lo è. Guardate la cartina dell’ISIS.

Questa qui è la cartina di propaganda dell’ISIS e la potete trovare sulla rivista Oasis, oltre a Wael Farouq, una delle fonti per capirci qualcosa; fondata dall’attuale Cardinale di Milano, Angelo Scola. Se voi andate su internet www.oasiscenter.eu c’è questa cosa fatta molto bene – domanda e risposta – lo Stato Islamico spiegato a mio figlio. Hanno preso degli esperti di Islam e di ISIS e hanno fatto una cosa ben fatta, un’analisi di che cosa dice questo l’ISIS.

La differenza fondamentale è che mentre Al Qaeda faceva gli attentati spedendo le persone spesso dal Medio Oriente, l’idea dell’ISIS è conquistare territorialmente questa parte del mondo e creare il Califfato Islamico – lo avrete sentito dire. Cos’è il Califfato Islamico? La cosa mostruosa, e giustamente gli studiosi di Oasis lo mettono in luce, è che nella tradizione islamica il Califfato rappresenta un momento bellissimo, ad esempio nella storia di Gerusalemme. C’era un libro sulla storia di Gerusalemme che ho letto qualche anno fa la prima volta che sono andato in Israele; e lì ho capito che i primi che hanno, non dico ispirato la tolleranza religiosa, ma hanno cominciato a non uccidere quelli delle altre religioni, furono proprio i Califfi, il Califfato. Il Califfato nel Medio Evo Islamico rappresentava un esempio di tolleranza, di civiltà, di multiculturalità; non si uccidevano gli ebrei e i cristiani. Allora invece diventa mostruosa la caricatura che ne viene fatta dall’ISIS. Il Califfato come conquista territoriale, dove loro conquistano il territorio, impongono la loro legge e vengono uccisi e schiavizzati cristiani, sciiti – musulmani sciiti – yazidi, curdi, ecc. e tutto quello che non è secondo loro.

Guardate la cartina, è incredibile, perché la loro pretesa di espansione territoriale è: tutto il nord Africa, la Spagna, tutta la Grecia, gran parte delle regioni asiatiche della Federazione Russa, compresa la Georgia, l’Azerbaijan, tutto il Medio Oriente, tutto il Corno d’Africa, ovviamente Iraq, Iran, Turchia, eccetera eccetera, fino alla Crimea, capite? Tra l’altro a un passo dall’Ucraina, per dire, non a caso tutto si tiene in questo periodo…

Perché vi ho fatto vedere questa cartina? Per dire, la differenza con Al Qaeda è questa, è la pretesa di una conquista territoriale. Infatti si chiama ISIS perché è nato tra Siria e Iraq. E’ nato dove? In quella terra di nessuno che per anni e anni è stata alimentata prima dalla guerra Iran-Iraq, pensate quanti anni fa, e poi dalla destabilizzazione dell’Iraq. Sono partito dicendo: abbiamo buttato giù dei dittatori ma non è che dopo Saddam Hussein è stato creato un Iraq in grado non dico di essere una democrazia, ma di essere una convivenza ordinata. Se vi ricordate insieme a Saddam Hussein furono spazzati via tutta la classe dirigente, il famoso mazzo di carte di Bush; ve lo ricordate che Libero aveva regalato il mazzo di carte con 54 grandi leader ricercati in tutto il mondo, iracheni, di cui molti erano cristiani, by the way, e fu completamente tagliata la testa di quella struttura statale.

Il risultato è che dentro il territorio dell’Iraq, a metà fra Iraq e Siria è nato questo raggruppamento di persone che hanno due capitali e – se pigliate Google maps – andate a vedervi Raqqa nel territorio siriano e Mussul nel territorio iracheno.

Tra Mussul e Raqqa – non ci sono molti chilometri – c’è il territorio controllato dall’ISIS. Dentro questo territorio ci sono dei pozzi di petrolio, ovviamente; l’unico giornale che ha fatto un discorso serio su questa vicenda è il Financial Times che ha fatto questa pagina Dando benzina all’ISIS – titolo ironico, molto inglese – cosa viene fuori? Che nel territorio controllato ci sono i pozzi di petrolio e come fanno questi dell’ISIS? Non sono uno stato, non sono legali, ma a chi lo vendono questo petrolio? I turchi sono molto esperti, la Turchia è lì sopra, tralascio la posizione di Erdogan su cui potremmo parlare delle ore, molto ambiguo, diciamo, nei confronti dell’ISIS. Fatto sta che storicamente i turchi sono dei formidabili contrabbandieri e hanno fatto mercato nero di petrolio già durante la guerra Iran-Iraq, quella degli anni ’80 e quindi cosa succede? Che quando voi andate a fare benzina tranquilli e sereni, magari alla Esso o alla Shell, state finanziando l’ISIS. Capite! Il mondo è piccolo, più di quanto pensate, perché i contrabbandieri turchi comprano i barili di petrolio.

Oggi, per uno strano fenomeno anche questo, figlio di questo periodo terribile che stiamo vivendo, di dumping, cioè di produzione eccessiva dell’Arabia Saudita, è crollato il prezzo del petrolio, il che per noi ha anche degli aspetti a volte positivi, fatto sta che il barile ieri era a 57 dollari (pensate che solo sei mesi fa era a 70) e si dice che l’ISIS lo svenda a 20 dollari al barile. Chi lo compra? Le compagnie petrolifere americane, soprattutto; le Sette sorelle attraverso la Turchia e finisce nelle nostre auto. Perché sennò, uno si chiede com’è possibile che l’ISIS sia una forza cosi? Ha, intanto, il petrolio.

Ma poi ha un’altra cosa. Dicevo prima, com’è nato l’ISIS, accennavo al discorso degli americani. La dietrologia è sempre molto rischiosa però, vi segnalo uno molto serio, si chiama Marcello Foa, che ha un blog, andatelo a cercare su internet, che è dentro ilgiornale.it; è un vecchio collega che è stato un grande inviato di Montanelli, adesso insegna giornalismo in Svizzera e ha un certo grado di libertà, diciamo superiore a molti miei colleghi. Lui, se andate a leggere il suo blog, vedete che è l’unico che ha ricostruito passo passo la storia dell’ISIS, ed è andato a recuperare che cosa? Di quando tutte le volte che dell’ISIS si è parlato bene sulla stampa americana, e ha tirato fuori che McCain, non 10 anni fa – come dicevo prima – 10 anni prima c’è stato il Kossowo poi le torri gemelle, ma pochi mesi fa, di questo ISIS in guerra, McCain che è un grande senatore repubblicano reduce del Vietnam e personaggio politico di prima grandezza in America, era andato in visita ai capi dell’ISIS per dire “ecco il vero Islam”, perché? Perché andava contro Assad, cioè andava contro il tiranno siriano. Quindi come ha giustamente detto Wael, attualmente il Qatar finanzia l’ISIS, quindi, di cosa stiamo parlando?

Di una guerra che non è guerra, di una guerra che è finta perché come sapete l’operazione internazionale contro l’ISIS è cominciata a metà settembre con risultati che vedete disastrosi perché l’espansione dell’ISIS aumenta di giorno in giorno, al punto che noi siamo qui a ragionare oggi sul fatto che sono arrivati in Libia alle nostre frontiere.

Quindi, c’è sicuramente un vizio occidentale in questo. La spregiudicatezza di alleanze, l’idea che comunque gestiamo sempre tutto noi occidentali, che quelli sono quattro scemi: uno pensa bianco e uno pensa nero, metto quello che pensa bianco contro quello che pensa nero e li uso come se fossi un grande burattinaio. Poi spesso succede che le cose non vanno assolutamente come magari qualche dottor Stranamore aveva immaginato, aveva pensato, aveva ipotizzato.

Questo per dire che cosa sta accadendo veramente, al di là di quello che appare. La sostanza qual è allora? La sostanza è che c’è un quadro di destabilizzazione, si dice nelle Cancellerie. L’unico che l’ha detto proprio, è stato il Papa: la guerra mondiale a pezzi, questa terza guerra mondiale a pezzi non è casuale, non è spontanea. Sì, ci sono l’indipendentismo degli ucraini, c’è questa incredibile quantità di migrazione di poveri che cercano di venire da noi, c’è questo fenomeno enorme e molto preoccupante della disuguaglianza di cui praticamente solo il Papa parla nell’economia mondiale quando dice che l’economia uccide.

L’Avvenire è uno dei pochi giornali che spesso ricorda in prima pagina che ci sono, pensate, 85, non 1000/2000, ma 85 persone fisiche che detengono il 90% della ricchezza del mondo. Il paradosso che diceva prima Wael: i bambini muoiono di fame nel mondo; il Papa esce pazzo per ‘sta roba, l’ha detta anche giustamente a quelli dell’Expo, dicendo che ha un solo sogno sull’Expo, che dato che facciamo tantissimo cibo e i bambini muoiono di fame c’è qualcosa che non funziona, perché noi il cibo per sfamare tutti lo faremmo, lo produciamo, anzi lo buttiamo e però milioni di bambini oggi sono morti di fame.

Allora, come è possibile che viviamo in un mondo così? Capite che questa disuguaglianza insieme al fatto che mai come in questa fase c’era stata una migrazione di popoli così forte, secondo l’UNHCR, cioè l’alto commissariato dei profughi, quest’anno passato, il 2014, è stato l’anno in cui ci sono stati più profughi nel mondo, più milioni di profughi in giro per il mondo dal 1945. Di tutte queste situazioni – dicevo prima – il Papa ha dato un giudizio che è stato preso sul serio non a caso anche dalle Cancellerie, anche dai Diplomatici, dai Governi, perché la terza guerra mondiale a pezzi non è una roba da ridere. Però è evoluta: purtroppo lo scenario di fondo che viviamo – purtroppo o per fortuna perché poi la storia si ripete ed è anche sempre tragica e bellissima – purtroppo viviamo una fase di cambio di poteri, anche dal punto di vista economico. Nel 1872 gli Stati Uniti diventano il primo paese nella classifica del PIL del mondo: nel 1872. Ci mettono 70 anni a diventare i padroni del mondo, diciamo così, a scacciare il colonialismo, e imporre l’esportazione della democrazia, però poi, l’anno scorso, per la prima volta nella storia, il primo PIL del mondo non è più degli Stati Uniti, è della Cina. Se voi guardate con attenzione le notizie di tutti i giorni, anche quelle stupide che si trovano sui giornali, vedrete che ogni giorno il ricco è un signore cinese che compra qualcosa: diritti TV, un pezzo di una squadra di calcio, un’azienda di qua, un’azienda di là; lo fa da noi, pensate nel mondo. Quindi noi viviamo questa grande fase di passaggio. Questo è lo scenario in cui questa terza guerra mondiale a pezzi è vissuta.

 

Roberto Gabellini

Grazie Alessandro. Wael, io sono colpito – come credo tutti noi in sala – dalla verità con cui ti sei paragonato con il tema che ci siamo dati; così colpito che, anche se è tardi, se tu hai un’ultima cosa da dirci, io l’ascolterei volentieri

 

Wael Farouq

Ok. Io dico velocemente che quello che ha detto Alessandro fa capire chiaramente che la sfida di oggi è la trasformazione dalle informazioni alla conoscenza, perché viviamo nel mondo delle informazioni. Ci sono tante informazioni ma non c’è conoscenza.

Anche un altro aspetto molto importante: adesso per ognuno di noi esiste lo spazio pubblico; lo spazio pubblico è aperto per tutti nella possibilità di esistere, ma non per essere, perché l’uomo esiste come questa bottiglia, ma essere è in un rapporto.

E io posso dire per tornare al titolo del nostro incontro: io sono padre in un rapporto con mia figlia, io sono marito in un rapporto con mia moglie, io sono figlio in un rapporto con mia mamma e io sono in un rapporto, non sono “io esisto”. Lo spazio pubblico laico, chiede a noi di lasciare fuori dallo spazio pubblico la nostra identità.

In Francia soprattutto, un cristiano non può prendere la Croce, una donna musulmana non può mettere il velo, un ebreo non può mettere la kippa. Devo lasciare la mia identità fuori perché posso esistere, ma non posso essere. La domanda sulla famiglia, per tutti noi: diciamo, io ho tre bambini… ma non diciamo mai io sono padre di tre bambini. E’ completamente diverso, è un’altra conoscenza. Così io sono solo se ho un rapporto, perché come ha detto giustamente il Papa, la verità è un rapporto. Grazie.

 

 

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