È accaduto all’ ex cinema Astoria di Rimini. Quaranta studenti, dopo un paio di mesi di preparazione e approfondimenti con i loro prof, sono diventati “profeti” di pace, presentando la mostra “Profezie per la pace” a settecento loro compagni. Divisi per classe, gli studenti si sono alternati al mattino, dal 21 al 24 aprile, presso il foyer dell’Astoria, accompagnati dai loro docenti.
Qui, tra pannelli, video, adulti che garantivano la turnazione delle classi e l’accoglienza, gli studenti sono stati protagonisti, portando con sè le loro domande e ferite. Le guide non hanno ripetuto un discorso già pronto, ma hanno “tradotto” ai loro compagni le 10 esperienze di pace contenute nella mostra e fiorite nei luoghi di maggior dolore del mondo.
È emersa la loro esperienza, hanno parlato di sé, di come siano stati colpiti dai volti dei testimoni, ma anche della loro stessa piccola e grande guerra personale, e di come possano ora sperare di uscirne.
La mostra ha completato il progetto “Ciò che nell’inferno non è inferno”, iniziato con l’incontro con Silvia Avallone, autrice di Cuore Nero, e Matteo Severgnini, curatore della mostra, a cui hanno partecipato 1.200 studenti e un centinaio di docenti (qui il video integrale).
La partita non è chiusa e presto ci incontreremo di nuovo per pensare a come proseguire il percorso, continuando così il cammino iniziato con l’incontro “Una giustizia che ricrea” e con il successivo “Quando la vita ricomincia”).
A tal proposito chi fosse interessato a partecipare alla preparazione delle prossime iniziative, può scriverci a questa email: porticodelvasaio@gmail.com.
Riportiamo qui alcuni stralci delle tante testimonianze che gli studenti hanno condiviso con i loro docenti.
All’inizio di questa esperienza devo ammettere che ero piuttosto scettico. Non sapevo bene cosa aspettarmi e, come spesso succede, pensavo che sarebbe stata una delle solite attività scolastiche che iniziano e finiscono senza lasciare davvero qualcosa. Invece, andando avanti, mi sono reso conto che non era così. Rifarei questa avventura senza esitazione, perché mi ha fatto vivere qualcosa di diverso dal solito e, soprattutto, mi ha fatto riflettere. Non considero questo percorso concluso, anzi: lo vedo come un punto di partenza. Tutto è iniziato con questo PCTO sulla mostra della pace, ma poi si è allargato anche ad altri momenti importanti, come l’approfondimento sulla giustizia riparativa e gli incontri con la scrittrice Avallone e con Severgnini. Sono state esperienze che, messe insieme, mi hanno dato una visione più ampia del mondo, facendomi capire che certi temi non sono così lontani dalla nostra vita quotidiana come si potrebbe pensare. Per quanto riguarda la mostra in sé, il fatto di essere io quello che esponeva mi ha messo alla prova. Parlare davanti ad altre persone non è mai semplice, soprattutto sapendo che si tratta di studenti come te, che magari non sempre hanno voglia di ascoltare o di concentrarsi. Però proprio questa consapevolezza mi ha fatto riflettere: anche se solo una persona tra il pubblico si ferma davvero ad ascoltare e a capire ciò che stai dicendo, allora tutto il lavoro fatto ha comunque un senso. Non si tratta solo di parlare, ma di riuscire a trasmettere qualcosa, anche a pochi. (…) In generale, quello che mi porto a casa da questo percorso non è solo l’esperienza della mostra, ma anche un modo diverso di guardare ciò che mi circonda. È come se avessi iniziato a fare più attenzione, a pormi qualche domanda in più e a non dare tutto per scontato. Proprio per questo penso che non sia la fine di qualcosa, ma l’inizio di un percorso che può continuare anche fuori dalla scuola, nelle scelte e nei pensieri di tutti i giorni.
Matias, SerpieriLa cosa che mi ha colpito di più di questa esperienza non è stata solo ciò che abbiamo imparato, e che prima non conoscevamo, ma quello che siamo riusciti a trasmettere a chi ci ha ascoltato. Mi ha colpito come la nostra passione nel presentare sia riuscita a trasformare una semplice spiegazione in un momento di unione tra tutti noi: guide e ascoltatori. Da quest’esperienza mi porto a casa la consapevolezza che ognuno di noi conta per trasmettere un messaggio importante come questo. Credo che la pace sia possibile, ma ho capito che non è un concetto astratto. Infatti se persone “sconosciute” riescono a trovare un’unione e un punto d’incontro davanti all’umanità di queste storie allora quella è già una piccola forma di pace. La mostra mi ha insegnato che la pace si costruisce con la conoscenza dell’altro e l’empatia.
Giorgia, Liceo SerpieriL’esperienza di oggi è stata veramente bella e significativa, torno alla mia vita di sempre con qualcosa di più che ho intenzione di tenermi stretto sempre.
Studiare, ascoltare e raccontare le storie di queste persone, a cui nessuno avrebbe probabilmente prestato attenzione se non fosse stato per questa mostra, mi ha da un lato mostrato un quadro più completo della drammaticità che permea il nostro mondo, ma mi ha anche insegnato a non perdere la speranza, perché la luce esiste anche nei luoghi più inaspettati. Mi terrò soprattutto stretta la realtà del perdono che ho appreso studiando il sudafrica e che mi sta già offrendo una nuova possibilità di stare di fronte ai torti subiti.
Partecipare a questa mostra mi ha lasciato dentro un grande desiderio di diventare io stessa profeta di pace come questi volti, che sono una delle più grandi testimonianze della luce e della vita che resistono nel buio dell’odio e della guerra.
Isabella Liceo classico/Scienze umane Giulio Cesare
Sono stata positivamente colpita da quest’esperienza che inizialmente non ero molto convinta di voler fare. Più si avvicinava la data della mostra, meno voglia avevo di presentarla. Poi ho cominciato a studiare e, nel mio piccolo, mi sono ritrovata nelle storie dei così detti “volti risorti”; ho capito quanto queste situazioni siano umane e vicine a noi, a me. Ogni volta che spiegavo la mostra imparavo qualcosa di nuovo, o mi rendevo conto dell’importanza di qualcosa a cui prima non avevo dato molto peso. Ogni volta era una riscoperta. Ho quindi imparato che la pace è possibile. Richiede tempo e lavoro.
Francesca, Licei KarisLe storie che abbiamo incontrato, ad esempio quella di Linda e Ntobeko che io ho spiegato, o quella del Rwanda, hanno dato dei volti a quel “perdono” che ho sempre fatto così fatica a fare mio. Non credo che nello spiegare la mostra io abbia improvvisamente perdonato qualsiasi torto che qualcuno mi aveva fatto, o tutta la sfiducia e ansia che ho nei miei confronti, però si è aperta una prospettiva. Se è possibile per questi uomini e donne che perdono i loro cari, che vivono perennemente nella violenza, anche per me fare un passo avanti è possibile. Sono ancora più convinta di voler fare esperienza di quel perdono che non dimentica, ma ama così tanto che cambia la sostanza delle cose.
Sofia, licei Karis







































